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Dott. Valerio Balassone (Ospedale Pediatrico Bambino Gesù): «L’ecoendoscopia terapeutica? Una nuova opportunità per i bambini con patologie complesse»

L’ecoendoscopia terapeutica — in breve, tEUS — è una tecnica che fino a qualche anno fa veniva considerata “roba da adulti”. Si tratta di un endoscopio dotato di una sonda ecografica lineare, che permette al medico di “vedere” oltre la parete dello stomaco o dell’intestino e di intervenire da una posizione privilegiata, senza bisturi né tagli esterni. Oggi, grazie al lavoro di centri pediatrici altamente specializzati come l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, questa tecnica sta aprendo nuove strade anche per i bambini, offrendo un’alternativa più delicata alla chirurgia tradizionale.


Roberta Sestito, Manager di EccellenzaMedica.it, ne ha parlato con il dottor Valerio Balassone, chirurgo esperto in gastroenterologia pediatra del Bambino Gesù e medico selezionato ed accreditato EccellenzaMedica.it - sito di prenotazioni mediche online presso centri d'eccellenza selezionati in Italia - .


Nel corso dell’intervista, il dottor Balassone ci ha raccontato tre storie di bambini e ragazzi che hanno potuto evitare interventi chirurgici complessi grazie alla tEUS: un adolescente con una grave disabilità neurologica che non riusciva più ad alimentarsi correttamente, una ragazza che soffriva a causa di un’arteria che “schiacciava” il suo intestino, e un bambino con una grave complicanza dopo una pancreatite. Tre storie diverse, un denominatore comune: meno sofferenza, meno ricoveri, più risultati clinici.


ecoendoscopia terapeutica nei bambini: intervista al dott. valerio balassone


1. Buongiorno Valerio, è un piacere ritrovarti. Partiamo subito dal cuore della questione: negli ultimi anni la pediatria sta “prendendo in prestito” sempre più tecniche mini-invasive nate per gli adulti. Perché l’ecoendoscopia terapeutica oggi viene considerata una delle innovazioni più promettenti per i bambini?


"Buongiorno Roberta, grazie per essere qui. Hai usato la parola giusta: “prendere in prestito”. È esattamente quello che abbiamo sempre fatto. L’ecoendoscopia terapeutica è l’ultima tecnica consolidata da anni negli adulti, dove ha già dimostrato di funzionare bene per molti disturbi dell’apparato digerente. In pediatria, invece, è ancora un territorio nuovo, anche perché richiede una curva di apprendimento lunga e complessa in un setting esclusivamente pediatrico. Ma è proprio per questo che vale la pena investirci: senza l’adattamento di queste tecniche al mondo dei bambini, molte situazioni che oggi gestiamo con un piccolo intervento endoscopico richiederebbero un’operazione chirurgica vera e propria (quando possibile), più lunga, più invasiva e con un recupero più difficile. Portare l’esperienza maturata negli adulti dentro l’ospedale pediatrico significa, concretamente, risparmiare ai bambini interventi più pesanti".


2. Partiamo dal primo caso: un adolescente con una grave compromissione neurologica e seri problemi nutrizionali. Che situazione vi siete trovati davanti?


"I ragazzi con gravi disabilità neurologiche soffrono spesso di un problema che si chiama gastrectasia: in parole semplici, lo stomaco è sovradisteso e fatica a svuotarsi normalmente. Necessitano di nutrizione enterale e decompressione gastrica attraverso dei tubi gastrodigiunali. Il nostro paziente aveva un sondino gastrodigiunale — si chiama PEGJ, una sorta di tubicino che attraversa la pelle e porta il nutrimento direttamente nell’intestino — che continuava a migrare in questo stomaco dilatato. Ogni volta che questo succedeva, il ragazzo doveva essere ricoverato in ospedale e nutrito per via endovenosa, con tutti i rischi e i disagi che questo comporta per un paziente già fragile e il sondino riposizionato endoscopicamente".


3. In pazienti così fragili la continuità delle cure è fondamentale. Come siete intervenuti, e cosa avete osservato dopo?


"Per evitare che il sondino continuasse a dislocarsi, abbiamo creato un’anastomosi endoscopica tra stomaco e intestino, guidati dall’ecografia dell’endoscopio: una procedura che si chiama LAMS-GJ. Per create questo “canale” abbiamo utilizzato uno stent metallico, che normalmente si utilizza per la patologia oncologica e che funge da ponte stabile tra i due organi. I risultati sono stati sorprendenti: a tre mesi dalla procedura il ragazzo aveva ripreso 5 kg ed era progressivamente riuscito ad abbandonare la nutrizione endovenosa. A tre anni di distanza non si è più verificato nessun dislocamento e la sostituzione della sonda, quando consumata, è più agevole".


4. Il secondo caso riguarda una ragazza con la sindrome aortomesenterica, una patologia sempre meno rara. Cosa vi ha spinto verso l’ecoendoscopia, invece delle opzioni più tradizionali?


"La sindrome aortomesenterica è una condizione in cui un tratto dell’intestino, il duodeno, viene letteralmente “schiacciato” tra due grossi vasi sanguigni dell’addome. La nostra paziente, affetta da anoressia, aveva perso quasi 12 kg in quattro mesi, con dolori addominali continui e vomito ricorrente: una situazione che, potete immaginare, pesa ulteriormente sull’aspetto psicologico. L’ecoendoscopia ci ha permesso di misurare e ricontrollare nel tempo con precisione quanto fosse stretto il passaggio compresso. Come alternativa a un intervento chirurgico laparoscopico ed irreversibile, abbiamo proposto alla famiglia un percorso meno invasivo: posizionare, sempre guidati dall’ecoendoscopia, una PEGJ che bypassasse il punto di compressione, permettendo allo stesso tempo di alimentare la ragazza e di decomprimere lo stomaco. Abbiamo potuto confezionare il tramite gastrostomico sotto controllo ecografico, senza rischiare di danneggiare gli organi interposti".


5. Uno degli aspetti più affascinanti della medicina di oggi è proprio questa capacità di “cucire” la cura addosso al singolo paziente. Come è andata a finire?


"Dopo tre mesi di alimentazione attraverso il sondino, abbiamo ripetuto l’ecoendoscopia e abbiamo visto che lo spazio compresso si era normalizzato. Una volta confermato che lo stomaco tornava a svuotarsi normalmente, abbiamo rimosso il presidio".


6. Veniamo all’ultimo caso, quello del bambino con pancreatite complicata. Anche qui l’ecoendoscopia ha permesso di affrontare una situazione delicata in modo mini-invasivo. Cosa vi ha insegnato questa esperienza?


"In questo caso il bambino aveva una raccolta di liquido pancreatico di ben 10 centimetri di diametro, una specie di “sacca” che si era formata dopo una pancreatite severa e che stava ostruendo lo svuotamento dello stomaco. Abbiamo scelto di intervenire precocemente, combinando una procedura sulle vie biliari e pancreatiche (ERCP) con un drenaggio guidato dall’ecoendoscopia direttamente attraverso lo stomaco, posizionando due piccoli stent. Il risultato è stato impressionante: in appena 48 ore la raccolta si era ridotta del 75%, e il bambino è stato dimesso dopo 27 giorni, praticamente guarito. Il messaggio che portiamo a casa da questi tre casi è semplice: molte tecniche già consolidate negli adulti possono essere adattate con successo a scenari diversi nei bambini, a patto di farlo con grande prudenza e in stretta collaborazione con i centri che hanno più esperienza in questo campo".


7. Parlando di esperienza e di formazione: so che sei molto attivo anche nel promuovere strumenti che aiutano i medici ad allenarsi su queste tecniche, come i simulatori prometEUS. Puoi raccontarci qualcosa in più?


"Con piacere. Una delle sfide più grandi dell’ecoendoscopia terapeutica, soprattutto in pediatria, è che richiede mani molto esperte: gli spazi sono ridotti, gli organi sono piccoli, e non c’è margine di errore. Per questo è fondamentale potersi allenare prima di lavorare sui pazienti reali. I simulatori come prometEUS permettono proprio questo: riprodurre in modo realistico le manovre dell’ecoendoscopia, così che un medico possa esercitarsi, sbagliare e correggersi in un ambiente sicuro, senza alcun rischio per il bambino. Personalmente credo molto in questo progetto, e mi impegno non solo a divulgarne l’utilità clinica e formativa, ma anche a sostenerne lo sviluppo tecnologico, perché diventi uno strumento sempre più accessibile per i centri che vogliono intraprendere questo percorso".


8. L’esperienza del Bambino Gesù dimostra come l’innovazione possa tradursi in cure sempre meno invasive e più su misura per ogni paziente. Guardando avanti, cosa ti aspetti per il futuro della tEUS in età pediatrica, e quanto conta, secondo te, riuscire a indirizzare le famiglie verso i centri giusti?


"Mi aspetto che questa tecnica diventi sempre più diffusa, man mano che più centri pediatrici formeranno équipe dedicate e che strumenti di addestramento come i simulatori renderanno la curva di apprendimento più rapida e sicura. Ma c’è un punto che mi sta molto a cuore: queste tecniche richiedono competenze molto specifiche, e non tutti i centri sono ancora in grado di offrirle. Per questo è fondamentale che le famiglie sappiano dove trovare i professionisti giusti. Ed è qui che ritengo prezioso anche il ruolo di EccellenzaMedica.it, che aiuta i pazienti a orientarsi e a individuare i centri di eccellenza più adatti alle loro esigenze, in un percorso di cura che spesso, per queste patologie, è già di per sé complicato da affrontare".

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