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Segnalato da: laRepubblica, IlGiornale, Salute33, ForumSalute.it
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Ernie inguinali e laparoceli: la chirurgia mini-invasiva per tornare prima alla vita normale, con meno dolore. La parola al Professor Alberto Arezzo

Ci sono patologie molto frequenti che, proprio perché comuni, rischiano talvolta di essere sottovalutate. Le ernie inguinali e i laparoceli — cioè le ernie che compaiono su una precedente cicatrice chirurgica — appartengono a questa categoria. Possono iniziare come un semplice rigonfiamento, un fastidio durante uno sforzo, una sensazione di peso. Ma, con il tempo, possono limitare la qualità di vita, l’attività fisica, il lavoro e, in alcuni casi, esporre a complicanze acute.


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Del caso specifico ne parla con il Prof. Alberto Arezzo, chirurgo esperto di tecniche mini-invasive, per capire che cosa sia cambiato negli ultimi anni nel trattamento delle ernie della parete addominale, quali siano i vantaggi reali della laparoscopia e della robotica, e perché oggi l’obiettivo non sia più soltanto “riparare l’ernia”, ma farlo riducendo al minimo dolore, recidive e sequele postoperatorie.




1. Professore, partiamo dalle basi: che cosa sono l’ernia inguinale e il laparocele?


"L’ernia inguinale è una fuoriuscita di tessuto, spesso grasso o intestino, attraverso un punto di debolezza della parete addominale nella regione inguinale. È una delle patologie chirurgiche più frequenti al mondo.


Il laparocele, invece, è un’ernia che compare in corrispondenza di una precedente incisione chirurgica. In pratica, la parete addominale, dopo un intervento, può guarire con una zona di minore resistenza; col tempo, questa debolezza può trasformarsi in un difetto attraverso cui protrudono i tessuti profondi.


Sono due condizioni diverse, ma condividono un principio comune: non si tratta semplicemente di “chiudere un buco”. Bisogna ricostruire una parete che sia stabile, funzionale e il più possibile rispettosa dell’anatomia del paziente".


2. Quando è necessario operare?


"Dipende da diversi fattori: sintomi, dimensioni dell’ernia, progressione nel tempo, attività del paziente, rischio di incarceramento o strozzamento, presenza di dolore e impatto sulla vita quotidiana.


Un’ernia piccola e poco sintomatica può talvolta essere osservata, ma quando compare dolore, aumento progressivo del volume, difficoltà nelle attività quotidiane o rischio di complicanze, l’indicazione chirurgica diventa più chiara.


Nel caso dei laparoceli, inoltre, bisogna considerare che spesso il difetto tende ad allargarsi nel tempo. Intervenire troppo tardi può rendere la riparazione più complessa, richiedere interventi più estesi e aumentare il rischio di recidiva".


3. Che cosa è cambiato negli ultimi anni nel trattamento chirurgico delle ernie?


"È cambiata soprattutto la filosofia. In passato l’obiettivo principale era chiudere il difetto e prevenire la recidiva. Oggi questo non basta più. Vogliamo ridurre il trauma chirurgico, preservare i nervi, rispettare i piani anatomici, usare le reti nel modo più fisiologico possibile e consentire al paziente un recupero rapido, con meno dolore.


Le linee guida internazionali per l’ernia inguinale hanno posto grande attenzione proprio a due obiettivi: ridurre le recidive e diminuire il dolore cronico postoperatorio, che rappresenta una delle sequele più rilevanti dopo chirurgia dell’ernia.  


La vera novità, quindi, non è una singola tecnologia, ma l’integrazione tra tecnica, esperienza chirurgica, materiali più moderni, anestesia più mirata e percorsi di recupero più rapidi".


4. Qual è il ruolo della chirurgia mini-invasiva nell’ernia inguinale?


"Nell’ernia inguinale, la chirurgia mini-invasiva comprende soprattutto gli approcci laparoscopici, come TEP e TAPP, e più recentemente l’approccio robotico in casi selezionati.


Il vantaggio principale è lavorare “da dietro” la parete addominale, nello spazio preperitoneale, cioè nel piano anatomico in cui la rete può rinforzare l’area di debolezza senza attraversare direttamente i tessuti superficiali dell’inguine. Questo consente spesso meno dolore locale, recupero più rapido, minore trauma sui nervi inguinali e un risultato particolarmente favorevole nei pazienti con ernie bilaterali o recidive dopo intervento tradizionale.


Non significa che tutti debbano essere operati in laparoscopia o con il robot. Significa che la tecnica deve essere scelta in modo personalizzato, considerando tipo di ernia, precedente chirurgia, conformazione del paziente, attività lavorativa e aspettative di recupero".


5. Il dolore cronico dopo ernia inguinale è ancora un problema?


"Sì, ed è un tema centrale. Il dolore cronico postoperatorio inguinale può dipendere da diversi fattori: irritazione o intrappolamento nervoso, fibrosi, fissazione della rete, infiammazione locale, oppure da una tecnica non perfettamente adattata all’anatomia del paziente.


Per questo oggi si insiste molto sulla conoscenza dei nervi inguinali, sull’uso corretto delle reti, sulla fissazione selettiva o atraumatica e sulla scelta dell’approccio più adeguato. La letteratura recente conferma che il dolore cronico resta una complicanza clinicamente importante e che la tecnica chirurgica ha un ruolo fondamentale nel ridurne il rischio.  


Il paziente non chiede solo che l’ernia non torni. Chiede di non avere dolore, di camminare presto, di tornare al lavoro, allo sport, alla vita normale. Questo è oggi il vero indicatore di qualità".


6. E per i laparoceli? Quali sono le novità più importanti?


"Nel trattamento dei laparoceli la chirurgia è cambiata moltissimo. Un tempo molte riparazioni venivano eseguite con grandi incisioni e ampie dissezioni. Oggi, in casi selezionati, possiamo utilizzare approcci laparoscopici o robotici che riducono il trauma della parete.


La novità più importante riguarda la possibilità di posizionare la rete in piani anatomici più favorevoli, come il piano retromuscolare o preperitoneale, evitando quando possibile il semplice posizionamento intraperitoneale della rete a contatto con i visceri.


Tecniche come eTEP, TAR mini-invasiva, TAPP ventrale robotica e riparazioni retromuscolari robotiche permettono di ricostruire la parete in modo più anatomico, con piccole incisioni, migliore visione dei piani e possibilità di sutura precisa del difetto. Le revisioni recenti descrivono proprio l’espansione delle tecniche robotiche e mini-invasive sublay, cioè con rete collocata in piani profondi e più fisiologici della parete addominale".


7. La rete è sempre necessaria?


"Nella maggior parte delle ernie dell’adulto, sì. La rete non va vista come un corpo estraneo “aggiunto” in modo casuale, ma come un rinforzo strutturale che consente di distribuire le tensioni e ridurre il rischio di recidiva.


Il punto fondamentale è scegliere la rete giusta, della dimensione corretta, nel piano corretto, con una fissazione adeguata e non eccessivamente traumatica. Una rete troppo piccola, mal posizionata o fissata in modo improprio può aumentare il rischio di recidiva o dolore. Una rete ben scelta e ben impiantata, invece, diventa parte della ricostruzione funzionale della parete".


8. Il robot rappresenta davvero un progresso?


"Il robot non è una bacchetta magica, ma è uno strumento molto utile in mani esperte e nei casi giusti. Offre visione tridimensionale, precisione nei movimenti, migliore ergonomia e grande capacità di sutura. Questo è particolarmente utile nei laparoceli complessi, dove bisogna chiudere il difetto, dissecare piani profondi, ricostruire la linea mediana e posizionare la rete in modo accurato.


Nell’ernia inguinale, il robot può essere utile soprattutto in casi selezionati o complessi, anche se il vantaggio rispetto alla laparoscopia tradizionale deve sempre essere bilanciato con tempi, costi e reale beneficio per il paziente. Nella chirurgia dei laparoceli, invece, la robotica ha aperto scenari molto interessanti perché consente di eseguire in modo mini-invasivo riparazioni che un tempo richiedevano grandi incisioni".


9. Che cosa significa “minimizzare le sequele postchirurgiche”?


"Significa ragionare prima dell’intervento su tutto ciò che può influenzare il risultato: dolore, sieromi, infezioni, ematomi, recidive, alterazioni della sensibilità, difficoltà nei movimenti, tempi di recupero e qualità della cicatrice.


Per ridurre queste sequele servono diversi elementi: una corretta indicazione, una tecnica precisa, un’adeguata gestione dell’anestesia e del dolore, una mobilizzazione precoce, istruzioni chiare al paziente e controlli postoperatori mirati.


La mini-invasività non è solo “fare buchi piccoli”. È ridurre l’impatto biologico dell’intervento".


10. Quanto conta l’esperienza del chirurgo?


"Conta moltissimo. La chirurgia della parete addominale può sembrare semplice, ma non lo è. L’ernia inguinale, ad esempio, è una patologia comune, ma l’anatomia dell’inguine è complessa e ricca di strutture nervose e vascolari. Il laparocele, invece, richiede spesso una vera ricostruzione tridimensionale della parete addominale.


Le tecnologie aiutano, ma non sostituiscono l’esperienza. La scelta tra chirurgia aperta, laparoscopica o robotica deve essere fatta da chi conosce tutte le opzioni e sa adattarle al singolo caso. Il miglior intervento non è quello più moderno in assoluto, ma quello più appropriato per quel paziente".


11. Dopo quanto tempo si può tornare alle attività quotidiane?


"Dipende dal tipo di ernia, dalla tecnica utilizzata e dal lavoro del paziente. Dopo un’ernia inguinale mini-invasiva, molti pazienti riprendono rapidamente le attività leggere, camminano già il giorno stesso o il giorno successivo e tornano progressivamente alla vita normale in pochi giorni.


Per i laparoceli il recupero è più variabile, perché l’intervento può essere molto diverso a seconda della dimensione del difetto e della complessità della ricostruzione. Anche in questo caso, però, le tecniche mini-invasive e robotiche possono ridurre dolore, degenza e trauma della parete rispetto ad approcci tradizionali più estesi.


È importante evitare sia l’immobilità sia gli sforzi eccessivi troppo precoci. Il recupero deve essere guidato: camminare presto, respirare bene, alimentarsi correttamente, controllare il dolore e riprendere lo sforzo in modo progressivo".


12. Professore, concretamente che cosa deve fare il paziente prima e subito dopo un intervento mini-invasivo per ernia?


"La preparazione è semplice, ma deve essere ordinata. Prima dell’intervento il paziente esegue gli esami preoperatori indicati — in genere esami del sangue, elettrocardiogramma e valutazione anestesiologica — e segnala sempre eventuali terapie anticoagulanti o antiaggreganti, come cardioaspirina, clopidogrel, warfarin o nuovi anticoagulanti orali. Questi farmaci non vanno mai sospesi autonomamente, ma gestiti secondo indicazione del chirurgo e dell’anestesista.


È importante arrivare all’intervento in buone condizioni generali: evitare fumo nei giorni precedenti, controllare bene diabete e pressione arteriosa, riferire febbre, tosse, infezioni urinarie o cutanee, e seguire le indicazioni sul digiuno preoperatorio. Nel caso dei laparoceli, soprattutto se voluminosi, può essere utile una preparazione più personalizzata: riduzione del peso, miglioramento della funzione respiratoria, controllo della glicemia e, talvolta, uso di fascia addominale prima dell’intervento.


Subito dopo l’intervento, il principio è opposto a quello del passato: non immobilità, ma mobilizzazione precoce e controllata. Il paziente viene fatto alzare appena possibile, in genere poche ore dopo l’intervento, in sicurezza e con assistenza. Camminare precocemente riduce il rischio di complicanze respiratorie e tromboemboliche, aiuta la ripresa intestinale e accelera il ritorno all’autonomia".


13. Quando si viene dimessi di solito?


"Per molte ernie inguinali trattate con tecnica mini-invasiva, la dimissione può avvenire in giornata o dopo una notte di osservazione, a seconda dell’età del paziente, delle condizioni generali, del tipo di anestesia, del controllo del dolore e della distanza da casa.


Per i laparoceli, la degenza è più variabile. Nei casi piccoli o medi, trattati con tecnica laparoscopica o robotica, la dimissione può avvenire dopo 24-48 ore. Nei laparoceli più complessi, con ricostruzione estesa della parete addominale, può essere prudente una degenza più lunga, generalmente di alcuni giorni, per controllare dolore, canalizzazione, drenaggi se presenti e corretta ripresa funzionale.


La dimissione non dipende solo dalla tecnica chirurgica, ma da criteri clinici molto concreti: dolore controllato con farmaci per bocca, capacità di camminare, assenza di nausea importante, ripresa dell’alimentazione, minzione regolare e assenza di segni precoci di complicanza".


14. Nei giorni successivi che cosa può fare il paziente?


"Nei primi giorni il paziente deve camminare più volte al giorno, in modo progressivo, evitando di restare a letto o seduto per molte ore consecutive. Può salire le scale con calma, uscire per brevi passeggiate, alimentarsi normalmente salvo indicazioni diverse, bere adeguatamente e assumere la terapia antidolorifica prescritta senza aspettare che il dolore diventi intenso.


Dopo un’ernia inguinale mini-invasiva, le attività leggere quotidiane sono spesso possibili già nei primi giorni: lavarsi, vestirsi, camminare, preparare un pasto semplice, lavorare al computer. La guida può essere ripresa quando il paziente non assume farmaci che riducono l’attenzione, riesce a muoversi bene e può frenare o ruotare il busto senza dolore significativo.


Nel caso dei laparoceli, la ripresa deve essere più prudente. Le passeggiate sono incoraggiate, ma gli sforzi addominali vanno limitati più a lungo. Se prescritta, la fascia addominale può essere utile durante la stazione eretta e il movimento, soprattutto nelle prime settimane, ma non deve sostituire una corretta progressione dell’attività".


15. Che cosa invece non bisogna fare?


"Nei primi giorni non bisogna sollevare pesi, fare addominali, spingere mobili, portare borse pesanti, fare sport intensi o compiere movimenti bruschi che aumentino molto la pressione addominale. Anche tosse persistente e stitichezza vanno controllate, perché entrambe aumentano lo sforzo sulla parete addominale.


È consigliabile evitare bagni in vasca, piscina o immersioni finché le ferite non sono completamente chiuse. La doccia è spesso possibile dopo 24-48 ore, se autorizzata e con medicazioni adeguate, asciugando bene le ferite senza strofinare.


Il paziente deve evitare l’autogestione dei farmaci anticoagulanti, degli antibiotici o degli antidolorifici. Anche la ripresa dello sport non va decisa “a sensazione”, ma concordata in base al tipo di ernia, alla tecnica usata e al decorso postoperatorio".


16. Quali sono i segnali di allarme dopo la dimissione?


"Un certo fastidio, senso di trazione, gonfiore locale o piccoli lividi sono comuni nei primi giorni. Devono invece indurre a contattare il chirurgo: febbre persistente, dolore crescente nonostante la terapia, arrossamento importante delle ferite, secrezione di pus, vomito ripetuto, addome molto disteso, impossibilità a urinare, difficoltà respiratoria, dolore o gonfiore marcato a una gamba.


Dopo chirurgia inguinale può comparire gonfiore dello scroto o della regione inguinale, spesso transitorio, ma va segnalato se è importante, doloroso o in aumento. Dopo chirurgia del laparocele può comparire un sieroma, cioè una raccolta di liquido nella zona dell’ernia: non sempre è una complicanza grave, ma deve essere valutato per distinguere un normale decorso da un problema che richiede trattamento".


17. Quando si torna al lavoro e allo sport?


"Per un lavoro sedentario, dopo ernia inguinale mini-invasiva, il ritorno può essere spesso rapido, anche entro pochi giorni, se il dolore è ben controllato. Per lavori fisici, con sollevamento pesi o sforzi addominali, servono tempi più lunghi e una ripresa graduale.


Dopo laparocele, i tempi dipendono molto dalla dimensione del difetto e dalla ricostruzione eseguita. In generale, le attività leggere e il cammino sono precoci, mentre sport, palestra, corsa intensa e sollevamento di carichi devono essere rinviati e reintrodotti progressivamente dopo controllo chirurgico.


Il concetto chiave è che il recupero non deve essere né troppo timoroso né troppo aggressivo. Il movimento è terapia, ma lo sforzo eccessivo precoce può compromettere la guarigione".


18. Ci sono pazienti che beneficiano particolarmente della mini-invasività?


"Sì. Nei pazienti con ernia inguinale bilaterale, recidiva dopo chirurgia anteriore, necessità di rapido ritorno al lavoro o allo sport, la chirurgia laparoscopica può essere molto vantaggiosa.


Nei laparoceli, i pazienti obesi o con rischio aumentato di infezione della ferita possono trarre beneficio dalla riduzione delle grandi incisioni. La letteratura sul trattamento mini-invasivo delle ernie ventrali sottolinea proprio il vantaggio di evitare ampie dissezioni e grandi lembi cutanei, con possibile riduzione di complicanze di ferita, sieromi e sanguinamenti.  


Naturalmente non tutti i laparoceli sono uguali: un piccolo difetto ombelicale, un laparocele mediano ampio, una recidiva complessa o una perdita di dominio richiedono strategie completamente diverse".


19. Qual è il messaggio più importante per i pazienti?


"Non aspettare che l’ernia diventi un problema invalidante. Una valutazione specialistica precoce permette di programmare l’intervento nel momento migliore, scegliere la tecnica più adatta e ridurre il rischio di complicanze.


Oggi la chirurgia delle ernie non è più una chirurgia “minore”. È una chirurgia funzionale, orientata alla qualità di vita. L’obiettivo non è soltanto riparare la parete, ma permettere al paziente di tornare rapidamente alle proprie attività, con il minor dolore possibile, una bassa probabilità di recidiva e un risultato stabile nel tempo".


20. In conclusione, professore, qual è il futuro della chirurgia delle ernie?


"Il futuro sarà sempre più personalizzato. Useremo meglio l’imaging preoperatorio, sceglieremo le reti in modo più razionale, integreremo laparoscopia e robotica, svilupperemo tecniche sempre meno traumatiche e percorsi di recupero sempre più rapidi.


Ma il punto centrale resterà lo stesso: la tecnologia deve servire il paziente. Una chirurgia moderna non è solo quella che utilizza strumenti avanzati, ma quella che riduce il dolore, preserva la funzione, evita complicanze e restituisce alla persona la propria normalità nel modo più sicuro possibile".

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