C’è chi lo definisce semplicemente “acidità di stomaco”, chi convive per anni con il bruciore pensando sia un disturbo passeggero e chi prova a spegnere i sintomi affidandosi a rimedi fai da te. Eppure il reflusso gastroesofageo è una patologia molto più complessa e diffusa di quanto si immagini, strettamente legata alle abitudini quotidiane, all’alimentazione e ai ritmi della vita moderna. Negli ultimi anni, inoltre, l’età dei pazienti si è abbassata sensibilmente, rendendo il reflusso un tema sempre più centrale nella pratica clinica gastroenterologica.
Per approfondire cause, falsi miti, errori diagnostici e nuove prospettive terapeutiche, Roberta Sestito, manager di EccellenzaMedica.it, ha intervistato il Dott. Emanuele Tumino, specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva e Medicina Interna, da anni punto di riferimento nella diagnosi e nella cura delle patologie dell’apparato digerente.
Nel corso della sua carriera il dottor Tumino ha ricoperto l’incarico di Dirigente Medico di I Livello presso il reparto di Gastroenterologia e Malattie del Ricambio dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa. Oggi esercita presso la Casa di Cura San Rossore e il Centro Medico Porta a Terra, ed è inoltre medico accreditato di EccellenzaMedica.it, piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite ed esami specialistici presso centri d’eccellenza nelle principali città italiane.
In questa intervista il dottor Tumino analizza il reflusso gastroesofageo partendo dall’esperienza clinica quotidiana: dai segnali che troppo spesso vengono ignorati fino all’impatto delle abitudini moderne sull’insorgenza della malattia, spiegando perché una corretta valutazione specialistica possa fare la differenza nella qualità di vita dei pazienti.

1) Il reflusso viene spesso liquidato come una semplice “acidità di stomaco”. Nella pratica clinica, quali sono le conseguenze più concrete di questa sottovalutazione da parte dei pazienti?
"Prima di tutto dobbiamo specificare che il reflusso gastroesofageo (RGE) è una patologia cronica in cui la terapia ha il solo scopo di ripristinare una condizione di equilibrio. Sottovalutare il sintomo porta con il tempo a modificare la qualità della vita dal punto di vista dell’alimentazione, perché si tendono a eliminare progressivamente gli alimenti che sembrano dare fastidio rendendo la dieta povera per varietà di alimenti. Spesso poi sintomi, come il bruciore o il dolore occasionali e di lieve entità tendono a diventare sempre più gravi e più tardi si inizia la terapia, più lungo sarà il recupero".
2) Nella sua esperienza clinica, è cambiato il volto del paziente con reflusso negli ultimi anni o sono cambiate soprattutto le abitudini che lo scatenano?
"Ho notato che è diminuita l’età di insorgenza delle malattie e ciò è sicuramente in parte da imputare all’utilizzo di alimenti processati dove c’è una più alta concentrazione di “chimica”. Vedo nei luoghi di lavoro un incremento del numero di macchine per la distribuzione di alimenti e sappiamo quanto sia più semplice prendere uno snack da un distributore che portarsi un panino da casa".
3) C’è un momento della giornata o un’abitudine apparentemente innocua che, più di altre, sorprende i pazienti per il suo impatto sul reflusso?
"Sicuramente l’uso di alcune sostanze in maniera continuativa nell’arco della giornata. L’uso, ad esempio, di caramelle a base di menta, il consumo di cioccolata, tè, caffè, il fumo, andare a letto subito dopo mangiato, sono tutti comportamenti considerati innocui che hanno invece un impatto negativo sul reflusso".
4) Si parla sempre più di un asse mente intestino: nel caso del reflusso, quanto lo stress incide davvero sul sintomo e quanto invece viene spesso sopravvalutato?
"Non è stata dimostrata nessuna correlazione tra i due fattori; certo è che una persona sottoposta a forte pressione psicologica tenderà a saltare i pasti, berrà più caffè, assumerà più cibi “spazzatura”; quindi, in sostanza aggraverà le condizioni che portano al reflusso".
5) Dal punto di vista diagnostico quali sono gli errori più frequenti che osserva nei pazienti prima di arrivare ad una valutazione specialistica?
"Il più comune, soprattutto tra le persone più giovani, è fare un’esofagogastroduodenoscopia prima della visita specialistica. La cosiddetta “gastroscopia” non è l’esame principe per la diagnosi di RGE; è propedeutica semmai per eseguire altri esami quali la pH-manometria sotto, però, la stretta indicazione specialistica".
6) L’uso diffuso di farmaci antiacidi ha cambiato il modo in cui le persone percepiscono e gestiscono il reflusso: esiste il rischio di una eccessiva medicalizzazione fai da te?
"Alla comparsa dei primi sintomi ancora molti vanno in farmacia e chiedono “qualcosa per il bruciore” ed il farmacista può fornire un’ampia scelta di antiacidi che esistono oggi sul mercato senza il bisogno di una prescrizione medica. Altri vanno dal medico di medicina generale che difficilmente anche lui va oltre la prescrizione di un antiacido o un inibitore di pompa a basso dosaggio. I pazienti arrivano dallo specialista per “disperazione” dopo circa un anno dalla comparsa dei sintomi che si sono progressivamente aggravati".
7) Al di là delle teorie, quali strumenti diagnostici o approcci terapeutici stanno concretamente migliorando oggi la gestione del reflusso della pratica clinica?
"Ancora oggi, dal punto di vista diagnostico, il miglior modo per formulare diagnosi di RGE rimane la valutazione specialistica. L’avvento degli inibitori di pompa protonica ha rappresentato la svolta nel trattamento ma sempre sotto l’attenta osservazione e il monitoraggio dello specialista".
8) Si ha spesso l’impressione che il reflusso venga trattato come una condizione cronica da gestire più che da risolvere: è un limite attuale della medicina o una conseguenza delle abitudini dei pazienti?
"Purtroppo, è un limite della medicina e a tutt’oggi dobbiamo considerare il RGE come patologia cronica che può avere lunghe fasi di remissione. C’è da dire che esiste una opzione chirurgica che dovrebbe risolvere le condizioni anatomiche che portano al RGE; ma è un intervento chirurgico che raramente viene accettato dai pazienti. Per quanto concerne i pazienti ho visto che opportunamente sensibilizzati tendono a cambiare i comportamenti a rischio che seguivano prima".

