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Segnalato da: laRepubblica, IlGiornale, Salute33, ForumSalute.it
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Dott.ssa Rossana Rossoni: “Stress, sedentarietà e ritmi frenetici: così la vita moderna mette in crisi l’intestino”

C’è un organo che lavora in silenzio, assorbe i ritmi della nostra quotidianità e spesso racconta ciò che non riusciamo a dire nemmeno a noi stessi. È l’intestino, sempre più al centro dell’attenzione medica non soltanto per la sua funzione digestiva, ma per il legame profondo con stress, emozioni e stile di vita. In un’epoca dominata dalla velocità, dalla sedentarietà e dall’ossessione della performance, anche il corpo sembra ribellarsi ai ritmi imposti dalla modernità.


EccellenzaMedica.it - piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite ed esami specialistici presso centri d’eccellenza nelle principali città italiane - attraverso la sua Manager Roberta Sestito, ha deciso di affrontare l’argomento in modo chiaro, originale ed efficiente intervistando un medico di grande esperienza: la dottoressa Rossana Rossoni, già Dirigente Medico presso l'SSD di Endoscopia Chirurgica dell’azienda ospedaliera di Padova.


In questa intervista la Dott.ssa Rossana Rossoni accompagna il lettore in una riflessione che va oltre il semplice disturbo intestinale: la stipsi diventa il sintomo di un equilibrio perduto, il segnale di un organismo costretto a vivere costantemente “in fuga dal leone”. Tra neuroscienze, abitudini quotidiane e medicina preventiva, emerge un invito chiaro: rallentare, ascoltare il proprio corpo e recuperare quei ritmi naturali che la vita contemporanea ha progressivamente cancellato.




1) Dottoressa Rossoni, c’è chi definisce l’intestino “il cervello dimenticato” del nostro corpo. Le è mai capitato di vedere, dietro una semplice stipsi, una persona che in realtà stava raccontando molto di più del proprio stile di vita?


"Si, potremmo dire che il nostro sistema nervoso autonomo, quello che presiede le funzioni automatiche del nostro organismo, deve essere rivalutato nella sua importanza. Per milioni di anni ci ha salvato dai predatori (noi siamo stati sempre “prede”, solo nei secoli recenti e solo nel mondo industrializzato siamo noi i “predatori” assoluti del Pianeta).


Oggi, nelle nostre città non dobbiamo più difenderci dai leoni, ma la nostra corteccia cerebrale (la parte “nobile” del nostro cervello) interpreta come “rischio di vita” molte situazioni che non sono tali: un capo al lavoro che ci chiede compiti impossibili, colleghi che si comportano in modo sleale, vicini di casa che violano la nostra privacy, il traffico stradale che ci sta facendo arrivare in ritardo ad un appuntamento…questi sono i moderni leoni che scatenano in noi il desiderio di scappare lontano o di aggredirli per annientarli.


Ma cosa c’entra l’apparato digestivo con queste reazioni “scappa o lotta”? È molto semplice. Un animale, nel momento della defecazione, è molto vulnerabile perché è facilmente identificabile dall’odore delle sue feci e perché è concentrato nell’espletamento della sua funzione fisiologica. Ma se arriva un leone alle sue spalle la sua corteccia cerebrale manda un segnale al suo cervello che regola le funzioni automatiche ed inizia una serie di azioni che lo portano, in una frazione di secondo, a fuggire o ad attaccare il leone. Prima di iniziare a correre bisogna però bloccare la peristalsi intestinale e contrarre gli sfinteri anali.


Ecco, se noi interpretiamo che il nostro capo è il leone che ci sta per mangiare, prima di scappare o ucciderlo dobbiamo bloccare la peristalsi e contrarre lo sfintere anale ed è l’unica cosa che possiamo fare, a meno che non decidiamo veramente di alzarci dalla scrivania, aprire la porta dell’ufficio e correre via o di prendere per il collo il nostro capo fino a strozzarlo.


Ovviamente, sia in un caso che nell’altro perderemmo il posto di lavoro e non potremmo più pagare il mutuo della casa o le rate dell’auto. Quindi stiamo fermi lì e il nostro sistema autonomo non ci ha salvati da nulla, ci ha fatto aumentare la gittata cardiaca per prepararci alla corsa che non abbiamo fatto e ci ha bloccato la peristalsi intestinale per parecchie ore".


2) Viviamo nell’epoca della velocità: mangiamo rapidamente, rimandiamo i bisogni fisiologici, restiamo seduti per ore. Quanto il nostro intestino si sta ribellando a un’esistenza che sembra andare contro la nostra natura biologica?


"Questo è proprio il nocciolo del problema e non solo quello riguardante la stipsi. Negli ultimi due secoli la vita di “homo sapiens” si è allontanata in modo drastico dal contesto naturale nel quale si era evoluto e sempre più lo sarà. Noi utilizziamo per la maggior parte della giornata il meccanismo di salvataggio del “scappa o lotta” che ci trasforma in super-eroi, ma che può essere utilizzato solo per un breve lasso temporale, quello che ci consente di fuggire dal nemico o di annientarlo.


Approfittare troppo a lungo e troppo spesso di questo sistema di salvataggio determina una sovrapproduzione di ormoni e neurotrasmettitori che, prima o poi, presentano il conto. Se non compensiamo con un adeguato rallentamento e con il ripristino dei nostri ritmi fisiologici, arrivano disfunzioni e malattie".


3) La stipsi viene spesso affrontata come un problema da “sbloccare”. Ma è corretto considerarla soltanto un sintomo, oppure può essere il segnale di un organismo che sta perdendo equilibrio?


"Certamente, non riportare le problematiche della vita in un’ottica obiettiva, è la maggior causa della stipsi funzionale. Non dobbiamo stressare il nostro corpo costringendolo a “scappare tutto il giorno dal leone” perché, la maggior parte delle volte il leone non c’è. Per ogni problema c’è una soluzione che dobbiamo trovare con la nostra parte corticale del cervello, non con l’emotività del cervello autonomo, come si suol dire “di pancia”. E se la soluzione non c’è davvero, allora dobbiamo  accettare la situazione in modo sereno, non possiamo controllare tutto, a volte accettare vuol dire anche trovare un’altra strada che forse ci può portare in “posti” migliori".


4) Oggi siamo ossessionati dall’efficienza, anche del corpo. Secondo lei, il fatto di voler controllare tutto — tempi, alimentazione, performance — può influenzare persino la spontaneità dell’intestino?


"Verissimo. Oggi i ritmi di vita sono intensissimi e, per stare dietro a tutto, corriamo continuamente, sottraendo tempo a noi stessi. Cucinare in modo sano per sé e per la propria famiglia è diventato raro: un tempo sacrificato a favore di altro, spesso imposto da modelli sociali allettanti. Dovremmo imparare ad ascoltare di più il nostro corpo, senza però cadere nella pigrizia".


5) Ci siamo abituati a pensare all’evacuazione come a un gesto automatico e secondario. Eppure la medicina sta tornando a interrogarsi persino sulla postura e sulla ritualità di quel momento. Stiamo riscoprendo qualcosa che il corpo aveva sempre saputo?


"Ancora una volta rispondo “sì”. Come ho spiegato la defecazione è un atto fisiologico molto complesso, che richiede tranquillità e una posizione corretta, che è quella cosiddetta “alla turca”, oggi si direbbe “deep” o “asian”, “squat” o “accosciata”. È una posizione importantissima per tutto il nostro corpo: il piccolo bacino si allarga consentendo la tensione del piano muscolare del pavimento pelvico che dà una giusta contropressione alla spinta addominale nel far fuoriuscire le feci dal canale ano-rettale, facilitando enormemente il processo di defecazione e prevenendo il formarsi di prolassi e varici emorroidarie.


Inoltre, tale posizione mantiene flessibili le tre articolazioni della gamba (anche, ginocchia e caviglie) e tonici i muscoli che ci consentono di rialzarci dalla posizione (quadricipite femorale), con grande vantaggio per la prevenzione delle cadute ed autosufficienza in età avanzata".



6) Nella sua esperienza clinica, esiste un “profilo” ricorrente del paziente che soffre di stipsi oggi? C’è un tratto comune a molte delle persone che arrivano nel suo studio?


"Sicuramente c’è una predisposizione alla stipsi che è legata a più fattori: educativi, psicologici, alimentari e, forse, “genetici”, anche se ritengo che la genetica si mescoli con gli altri fattori più di quello che potrebbe sembrare. Se sei una persona che si alza all’ultimo momento prima di uscire di casa, che non fa un’adeguata colazione, che non dà il tempo al suo intestino di funzionare perché “non c’è tempo”, che non mangia frutta, verdure, cibi integrali e non beve abbastanza liquidi, ma si nutre prevalentemente di carne e dolci, sicuramente avrà preso dai suoi avi non solo un intestino più pigro, ma anche abitudini alimentari non corrette".



7) Lei osserva quotidianamente il rapporto tra corpo e abitudini moderne. Pensa che il nostro organismo sia più fragile rispetto al passato, o semplicemente più distante dai suoi ritmi naturali?


"Probabilmente entrambe le cose. Siamo più fragili perché viviamo in un ambiente estremamente protetto, che ci rende meno capaci di adattarci, ma siamo anche molto più distanti dai ritmi naturali del nostro corpo.


Come ho spiegato prima, comprendere come funzioniamo e come ci siamo evoluti è fondamentale per capire il nostro organismo e il suo rapporto con l’ambiente, compreso quello alimentare. Chi vende soluzioni facili punta spesso sulla pigrizia umana e sulla tendenza di molte persone a delegare ad altri la responsabilità della propria salute".



8) Se dovesse lanciare una provocazione ai lettori, quale sarebbe? Cosa dovremmo cambiare, concretamente, nel nostro modo di vivere per smettere di considerare la stipsi un inevitabile “male contemporaneo”?


"Prima di tutto bisogna dire chiaramente che la normalità del nostro corpo è evacuare almeno una volta al giorno. Molto spesso viene considerato “normale” saltare qualche giorno, mentre ci si preoccupa se si evacua due volte al giorno.


L’intestino è elastico e può trattenere per giorni i prodotti di scarto dell’alimentazione, ma così facendo tende ad allungarsi e a creare sempre più curve, come una matassa che deve occupare lo stesso spazio pur allungandosi. Questo rende progressivamente più difficile svuotarlo completamente.


Per questo motivo bisognerebbe evacuare ogni giorno, preferibilmente al mattino, prima di uscire di casa. Poiché i primi movimenti intestinali avvengono dopo la colazione, è importante concedere al corpo il tempo necessario per funzionare: la colazione andrebbe fatta almeno un’ora prima di uscire.


Molte persone accusano gonfiore addominale e pensano di avere intolleranze alimentari o “infiammazioni del colon”, ma molto spesso basterebbe mangiare correttamente, evacuare tutti i giorni e smettere di vivere costantemente con “un leone alle spalle” perché il problema migliori sensibilmente.


Il messaggio, quindi, è semplice: fare colazione con calma, mangiare ogni giorno almeno tre frutti e due porzioni di verdura, sia cruda sia cotta, non mangiare carne né dolci, bere almeno due litri di liquidi al giorno e praticare quotidianamente almeno un’ora di attività fisica che coinvolga anche i muscoli addominali, come una camminata veloce.


E se si mettono in pratica queste semplici abitudini non ci ringrazierà solo il nostro intestino, ma anche il cuore, le arterie, il fegato… insomma tutto il nostro corpo ce ne sarà grato".

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